In Breve
- Cosa sono gli organoidi cerebrali sviluppati dai ricercatori?
- Mini-cervelli generati da cellule staminali ottenute da prelievi di sangue per modellare la risposta a farmaci nell'Alzheimer.
- Qual è il ruolo dell'escitalopram nello studio?
- È un farmaco utilizzato per testare le risposte molecolari degli organoidi derivati da pazienti e soggetti sani.
- Quali sintomi psichiatrici sono gestiti dalla ricerca?
- Insonnia, agitazione, depressione e allucinazioni, che colpiscono circa il 90% dei pazienti con Alzheimer.
Una nuova era nella ricerca sull’Alzheimer potrebbe essere all’orizzonte grazie a uno studio condotto dai ricercatori della Johns Hopkins Medicine. Questi scienziati hanno creato organoidi rombencefalici, piccoli mini-cervelli generati da cellule staminali pluripotenti indotte, ottenute da prelievi di sangue. Questi organoidi sono stati progettati per modellare la risposta individuale ai farmaci utilizzati per trattare i disturbi psichiatrici associati alla malattia di Alzheimer.
Le dimensioni di questi organoidi sono paragonabili a quelle di un pisello e sono in grado di produrre serotonina, un neurotrasmettitore fondamentale per il funzionamento del cervello. Gli studi hanno dimostrato che questi mini-cervelli riproducono su scala molecolare le caratteristiche tipiche della neurodegenerazione. In particolare, sono state osservate differenze nelle proteine coinvolte nella comunicazione tra neuroni, nelle risposte infiammatorie e nei percorsi biologici associati alla malattia.
Durante la ricerca, i ricercatori hanno trattato centinaia di organoidi, sia derivati da pazienti affetti da Alzheimer che da soggetti sani, con escitalopram, un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina. I risultati hanno rivelato risposte molecolari eterogenee: in alcuni organoidi si è registrato un incremento delle proteine legate alla segnalazione serotoninergica e alla comunicazione cellulare, mentre altri hanno mostrato una risposta molecolare scarsa o nulla.
In aggiunta, gli studi hanno analizzato le vescicole extracellulari rilasciate dagli organoidi, trovando al loro interno proteine coinvolte nella comunicazione neuronale, nella memoria e nel rilascio di neurotrasmettitori. Questi risultati suggeriscono un potenziale ruolo di tali vescicole come biomarcatori della malattia o indicatori della risposta ai trattamenti.
Vasiliki Machairaki, una delle ricercatrici coinvolte nello studio, ha sottolineato che questo modello potrebbe servire, su larga scala, per identificare sottogruppi di pazienti con maggior probabilità di rispondere a determinati farmaci, orientando così trattamenti più mirati. Vincenzo Andreone, un altro autore dello studio, ha chiarito che la sperimentazione si concentra sulla gestione dei sintomi psichiatrici, come insonnia, agitazione, depressione e allucinazioni, che affliggono circa il 90% dei pazienti con Alzheimer. Tuttavia, ha avvertito che non si tratta di terapie in grado di modificare il decorso della malattia e che ci vorrà tempo prima di vedere applicazioni cliniche concrete.
Questa scoperta rappresenta un passo significativo nella comprensione e nel trattamento dei disturbi psichiatrici associati all’Alzheimer, aprendo nuove possibilità per la personalizzazione delle terapie e per migliorare la qualità della vita dei pazienti.

